«Il Mattino» La morte di Ciccio Cappuccio


CRONACA - 6 dicembre  1892

La notizia della sua morte ha messo, veramente, la costernazione in quanti son napoletani che ricordano i fasti della camorre di un tempo, i tipi più temuti e più fieri di questi eroi del marciapiede che dànno  ancora, con la semplice loro presenza, entusiasmi così vergini e così impetuosi ai piccoli palatini ed agli aspiranti alla mala vita. Ciccio Cappuccio, che da parecchi anni aveva completamente abbandonate le comitive facinorose, che viveva lontano da tutti i suoi compagni ed ammiratori d’una volta, era pur sempre rispettato e temuto, e conservava intatto il suo fatale prestigio di capo-camorrista e di persona sprezzante di ogni genere di pericolo. Simpaticissimo, pieno di forme, rispettoso, ossequente, egli s’ingegnava d’attenuare l’espressione fiera del suo occhio grigio, con la dolcezza e la mansuetudine dell’uomo che si sente forte e fermamente convinto che nulla al mondo potrebbe opporsi alla sua volontà.

E appunto questa fierezza e questa mansuetudine erano, dirò così, la sua posa. Bastava solo una sguardo, talvolta, per sedare una lite, per far tacere un malcontento, per impartir un ordine. Egli solo, quando i cocchieri scioperarono, bastò a farli addivinire a più miti consigli. Lo aveva promesso alle autorità, e si presentò il giorno appresso nelle stalle, quando ancora gli animi erano esacerbati e vibranti d’ira.  -Guagliù, mettite sotto, e ascite. E queste parole, pronunziate piano, freddamente, a voce bassa, con accento persuasivo, bastarono.

Napoli riebbe nuovamente le carrozzelle; circa seicento di esse uscirono a ffatic, quella mattina; lo sciopero finì.

Bisognava sentir parlare di lui e dei fatti che contribuirono a dargli tutta l’aureola e il prestigio di cui sempre ha goduto. –Signò, faceva cose belle! Era ‘o rre ‘e Napole! Appena compareva, tutte zitte! Mi diceva un cocchiere, parlando di lui con le lacrime agli occhi. –Ha fatto cose, verite, ca manco chelle ca stanno scritte dint’ ‘e storie! ‘E teneva core, ma ne teneva assaie!

Come tutti i popolani agiati, egli si recava con la sua donna alle festività più pompose; a Piedigrotta, a Montevergine, alla festa di Nola, alla Madonna dell’Arco. La folla si fermava per aspettarlo al passaggio e festeggiarlo; ed egli si lasciava ammirare, e attraversava la via, guidando i cavalli cammenature, distribuendo sorrisi a destra e a sinistra con la sua aria bonacciona. Tutti gli altri guidatori d’ ‘o lignammo gli facevano largo e gli aprivano le fila lasciandogli sempre libera e comoda la parte destra della strada. E a Nola, -mi raccontavano- e dovunque, bastava che uno del suo seguito si facesse al balcone, (mentre nella piazza illuminata echeggiavano i canti e scoppiavano le bombe-carte), e accennasse, colla mano, chinandovi su la testa, che Ciccio Cappuccio voleva dormire. I canti rimanevano a mezzo, tacevano i venditori, si sospendevano i suoni e ‘o ffuoco e la festa finiva.

Sbaglia però che crede che egli fosse un sanguinario o un delinquente nato: di carattere impetuoso e di ardito animo, fin da ragazzo, non si lasciò mai sopraffare da alcuno: gli avevano inculcata la religione d’ ‘o rispetto : l’ommo ha da essere ommo!

Ed egli lo dimostrò sempre, servendosi di tutti i mezzi che credeva buoni. Il napoletano è impressionabile ed entusiasta: ‘a guapparia, l’atto di coraggio lo incantano e lo esaltano: e quando Ciccio Cappuccio fu mandato a domicilio coatto, tutti i suoi seguaci ed ammiratori lo accompagnarono, nelle barche, rendendogli onori, come a un re; e quando, prima di questo fatto, giovanotto ancora, egli fu condannato a sette anni di esilio per aver tagliata la faccia al Direttore del lanificio Sava che ebbe il torto di trattarlo come un ragazzo, Signò – continuò l’entusiasta suo amico che mi ha dato qualche cenno sulla vita di lui –facette nu furore, ca ll’avarriano miso ncopp’ a nu tusello!...

Ma quello che contribuì ad aumentargli il prestigio di uomo coraggiosissimo, fu il combattimento, -proprio il combattimento-, nelle carceri, contro dodici camorristi calabresi. Egli solo, inerme, non volle sopportare le imposizioni di quei compagni che il caso gli aveva dato: si ribellò alle loro pretensioni, e quando, meravigliati, i calabresi gli chiesero chi fosse, ei rispose, fiero, afferrando una tavola del letto:

-So Ciccio Cappuccio!

E li atterrò tutti e dodici.

L’episodio che chiuse il periodo d’azione di Ciccio Cappuccio, d’ ‘o signorino, come i camorristi con gran rispetto lo chiamavano, fu quello con tal Manlio Novi, detto Amalio ‘e Nola , che lo aggredì, nella nota bottega di crusca e carrube a piazza S. Ferdinando, per affari di donna: il proiettile sfiorò i capelli al Signorino .

Da allora Ciccio Cappuccio dette un addio alla vita avventurosa, e visse, tranquillo, nella leggenda, se così si può dire: temuto e rispettato sempre, egli non fece più parlare di sé; anzi era additato dalle autorità come un esempio agl’irrequieti.

Lo adoravano, e la sua morte, una morte quasi improvvisa, ha fatto ai popolani di Napoli una profonda impressione.

Per oggi alle 10, gli si preparano splendide esequie.