Salvatore De Crescenzo


Salvatore
De Crescenzo, “Tore ‘e Crescienzo”, è il primo grande camorrista che si conosca. Nella congiuntura dell’Unità fu invitato dal prefetto Liborio Romano ad entrare, con tutti i suoi affiliati, nella guardia cittadina. Evento che lo incoronò come il più potente dei camorristi.


Dopo questo episodio, Salvatore De Crescenzo, chiamato il re della Pignasecca, finì nelle maglie della repressione della legge Pica. Prima in carcere a castel Capuano poi nell’isola di Ponza. In carcere la sua fama lo anticipò e fu accolto come un re. Inviato al domicilio coatto, dopo cinque anni lontano da Napoli vi rientrò. La sua base divenne una tabaccheria in via Mezzocannone, dove controllava e gestiva i suoi affari illeciti mascherati dietro il commercio di ossa di animali macellati.
Personaggio scomodo, conosceva i segreti dei rapporti con la politica. Arrestato ancora, fu di nuovo inviato la domicilio coatto. In carcere i suoi affari venivano gestiti dal nipote Francesco che gli inviava 50 lire al mese. Rientrato a Napoli, ormai anziano e con una “carriera” 50ennale, si inserì nel commercio di crusca e carrube, mercato copertura per controllare le aste pubbliche sugli scarti delle forniture militari, il fitto delle vetture ai cocchieri,  e le tangenti sull’acquisto di biade.

Marc Monnier, nell’appendice al suo libro ricca di biografie di camorristi scritte consultando e riassumendo documenti derivanti da archivi giudiziari, dalla Questura e dagli informatori, così descrive la carriera camorrista di Salvatore De Crescenzo, suo contemporaneo:

Il re della banda, Il Lacenaire de’ camorristi. Esordisce nel febbraio 1849 con tre delitti in una volta, porto d’armi proibite, resistenza alla forza pubblica, ferite gravi arrecate ad un tal Bornei, caporale di marina. Imprigionato per questi fatti, continua in prigione il suo mestiere: ferisce un detenuto, ne uccide un altro (Luigi Salvadori, 14 luglio 1849), perché questo disgraziato non volle assoggettarsi alle prepotenze di lui. Malgrado questi delitti non è condannato che a cinque anni di prigione. Libero nel 1855, ricomincia ad esercitare la camorra in città. È ripreso, e la polizia che custodendolo nel castel Capuano ne ha timore, lo interna nelle province, e lo racchiude nella prigione centrale del Principato di Molise. Ma la polizia rinunciando a infierir contro la camorra, De Crescenzo ritorna a Napoli, ove attende libertà al deposito della prefettura. Anzi che calmarsi, si permette atti oltraggiosi sulla persona di un tal De Mata, ed è condannato a sei mesi di prigione ancora. È liberato sotto Don Liborio e diviene capo squadra della Guardia Cittadina. Si conduce con tal violenza nella nuova carriera, che la Guardi Cittadina è disarmata e soppressa ad un tratto, in una notte, da Silvio Spaventa. Allora la camorra, come dissi, scacciata dalla polizia, torna al suo antico mestiere. De Crescenzo più pericolosi di tutti i suoi confratelli è racchiuso a Castel Capuano, poi relegato nell’isola di Ponza. È là che comincia la lotta accanita fra esso ed Antonio Lubrano. È nota la fine di questa tragica scena: condannato a morte per l’influenza di De Crescenzo, Lubrano è assassinato al suo ingresso nella prigione di castel Capuano. È questo l’ultimo delitto del grand’uomo, fino ad oggi almeno. È stato inviato nelle prigioni delle Murate di Firenze. Ultima notizia: è borbonico”.