I boss della camorra


Autore:
 Bruno De Stefano
Casa editrice: Newton Compton Editori
Anno: 2007

Genere: Saggio

Recensione di Chiara Marasca (pubblicata sul Dossier dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità/Corriere del Mezzogiorno)


boss della camorraPer capire come funziona la camorra bisogna necessariamente partire da lì, dalle storie dei boss.

Impossibile spiegare come si è sviluppato ed esteso nel tempo un fenomeno criminale che conta circa due secoli di storia, quali sono le sue immutate dinamiche e i percorsi di arricchimento illegale, senza accennare alle vicende individuali, ma in fondo per molti versi tra loro comuni, di chi ha scelto di intraprendere quella strada.  Ed ecco allora che il libro di Bruno De Stefano «I boss della camorra» (Newton Compton Editori, novembre 2007) diventa quasi un manuale, un percorso agile e interessante, verso la conoscenza del fenomeno.  Lo diventa in maniera naturale, e anche al di là delle intenzioni dell’autore, che, anzi, ci tiene a sottolineare di aver scritto «un libro sui boss e non sulla camorra».  Dov’è la differenza? È nel fatto, spiega De Stefano, «che pur riconoscendo loro innegabili qualità sotto il profilo criminale, va detto che solo con le loro forze i boss non avrebbero mai potuto guadagnare miliardi e controllare militarmente ampie zone del territorio».  Per la riuscita di questa impresa, dunque, i criminali hanno cercato alleati, e li hanno trovati, è convinto De Stefano, «tra la gente comune, nell’imprenditoria, nella finanza, nella pubblica amministrazione, nella politica».  Questo fa la differenza tra un libro sulle storie dei boss e un libro sulla camorra, che non potrebbe esimersi dall’affrontare e descrivere anche quest’altro profilo del problema.  Ma l’autore in parte cede alla tentazione di farlo, dedicando l’ultimo capitolo del libro al tema dei rapporti tra camorristi e politici, «dei quali forse non si è parlato mai abbastanza».  E solo in questo caso non riesce ad astenersi, come fa invece in tutte le 316 pagine del libro, dalla necessità di commentare alcune vicende, ricostruendole in maniera puntale e aggiornata, e di girare al lettore alcune domande: «È innegabile che se Antonio Gava è finito davanti a una Corte d’Assise è stato anche per colpa di Patriarca e Meo, i quali, secondo i giudici, avrebbero fatto credere ad Alfieri, Galasso e altri boss, di agire in nome e per conto suo.  Ma dopo che i processi hanno svelato il vero volto dei suoi uomini di fiducia, com’è possibile che non abbia pronunciato una sola parola per censurare chi l’ha tradito?».  De Stefano racconta i fatti, le notizie e gli aneddoti raccolti durante il suo percorso di cronista di nera e giudiziaria e nel corso di attente ricerche compiute in questi anni.  Storie spesso note agli addetti ai lavori, ma ricostruite, in questo contesto, in maniera sistematica, e offerte alla conoscenza di un più vasto pubblico.  L’autore fornisce, di ogni personaggio, un identikit preciso, con una penna scorrevole e asciutta, che solo raramente, qua e là, sembra resti vittima del rischio che De Stefano stesso paventa quando, nell’introduzione, dice «Il libro non ha alcun intento celebrativo, anche se non troverete giudizi indignati, né leggerete analisi sociologiche».  In qualche breve passaggio l’indugiare su particolari che rendono "personaggio" il protagonista della biografia, o il sottolineare l’unicità dell’impresa criminale da lui compiuta, (come quando si parla del "miracolo" di Raffaele Cutolo, che creò la Nco praticamente dall’interno della cella in cui era rinchiuso) produce un involontario alone epico attorno al camorrista.  Ma lo stile sobrio e l’attitudine da cronista, nella quasi totalità dei casi, allontanano lo spiacevole, e forse difficilmente evitabile, effetto.  E alla fine, l’impressione è questa, quella creata da De Stefano è, nel complesso, e per fortuna, una galleria di perdenti: dei boss ancora in vita solo due, i fratelli Pasquale e Salvatore Russo, boss del Nolano legati al clan Alfieri inseriti dal Viminale nella lista dei trenta latitanti più pericolosi, sono ancora in fuga [1], grazie anche «a centinaia di insospettabili cittadini che forniscono le proprie auto ai familiari dei Russo per raggiungere i loro covi nascosti chissà dove».  Gli altri hanno tutti capitolato, condannati e spesso pentiti, di fronte allo Stato.  Singolare la posizione di Enzuccio Moccia, boss di Afragola, unico boss "dissociato" (analoga posizione di Nunzio Giuliano): status che i magistrati si rifiuteranno di riconoscere.  Ci sono Peppe Misso, il camorrista che non si definirà mai tale e in cella scriverà il romanzo autobiografico «I leoni di marmo», e l’irriducibile e spietato Ferdinando Cesarano di Pompei, che, per volere del capo Carmine Alfieri, «prima ha ammazzato il suo caro amico Peppe Ruocco e qualche ora dopo è andato dal padre per portargli condoglianze e solidarietà» e che il 22 giugno del ’98 riesce a evadere dall’aula bunker di Salerno durante un processo; il re di Forcella Luigi Giuliano, «che esordisce come poeta mandando alle stampe una raccolta di versi dal titolo “Le ciliege del dolore”, con una introduzione del figlio di Salvatore Quasimodo», ma poi è costretto a disertare la presentazione fissata alla Feltrinelli perché in soggiorno obbligato a Campobasso, e Mario Savio, boss dei Quartieri Spagnoli, che fu, come lui stesso racconta, «il primo ad avere a Poggioreale il televisore a colori, 28 pollici con telecomando: era appena uscito in Italia e pochissime persone "normali" potevano permetterselo».  Volti, impressi nella sezione fotografica al centro del volume, e gesta criminali che disegnano la storia ma anche la geografia del fenomeno camorra, muovendosi, i protagonisti, le cui vite si intrecciano spesso nel vortice di alleanze e scontri che contraddistingue la camorra campana, su uno scenario che tocca le cinque province sempre svelando, però, la supremazia, in termini di potere mafioso e concentrazione degli affari illegali, che il capoluogo e soprattutto il suo hinterland hanno sul resto della regione.  Ed è a una lunga lista di vittime innocenti, uccise per mano della camorra, che il giornalista dedica questo suo lavoro.



[1] I due boss erano “ancora in fuga” nel gennaio del 2008, data nella quale è stata scritta questa recensione. Nel novembre del 2009, invece, momento in cui la inseriamo in questa rubrica on line, anche loro sono stati arrestati.