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Nota bio-bibliografica di Ernesto Murolo
a cura di Maria Luisa Lombardi


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murolo

La popolarità di Ernesto Murolo (1876-1939) fu favorita soprattutto dal gran numero di canzoni da annoverare nella storia della musica partenopea . Il suo ingegno versatile gli consentì di dedicarsi a più di un’attività: scrisse commedie, che sono rimaste a modello del teatro d’arte napoletano, fu giornalista e pubblicò numerosi articoli di giornale, fu il primo a portare alla radio lo spirito e l’arte della sua terra. Compose soprattutto centinaia di poesie, il cui andamento melodico si adattò spesso alla musica facendone delle canzoni di largo successo. Insieme a Salvatore di Giacomo e Libero Bovio è stato uno degli artefici della cosiddetta epoca d’oro della canzone italiana.

Ernesto Murolo nacque a Napoli, nel quartiere di Montecalvario, il 4 aprile 1876. I suoi genitori, Vincenzo Murolo e Maria Palumbo, desideravano che Ernesto diventasse un avvocato e lo incitarono ad iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Il giovane amava le belle letture e sembrava incline agli studi, ma non dimostrava alcuna urgenza di arrivare al traguardo della laurea. La sua passione era tutta rivolta alle poesie, al bisogno di scrivere in versi sentimenti, sensazioni ed emozioni. Resosi conto di questa sua inclinazione per la scrittura, il giovane Murolo lasciò l’Università ed entrò nel mondo del giornalismo cominciando a lavorare alla rivista «Il Pungolo». Proprio su questa rivista debuttò con ’A storia ’e Roma, un poemetto pubblicato a puntate.

Il giovane giornalista cominciò ad avere successo in società e a conquistare la stima di colleghi e uomini importanti. Con Edoardo Nicolardi scrisse le prime canzoni: Jett’ ’o bbeleno nel 1901 e ’O scuitato nel 1902; iniziò a firmare canzoni con lo pseudonimo di ‘Ruber’, dal colore dei suoi capelli. Come altri autori e poeti del suo tempo, quali Di Giacomo e Ferdinando Russo, volle tentare anche la via del teatro e, nel 1905, presentò al Teatro Nuovo ’O ’mpuosto e Lluocchie d’ ’o poeta. Non riuscì ad attirare l’attenzione della critica, ma non si perse d’animo. Scrisse ancora: Addio mia bella Napoli,  Anema bella, il celeberrimo Signorine,  Calamita, Pasqua in famiglia, Niny Bijou, Se diceO Giovannino o la morte e altre commedie che raccolse poi in volume.

La via del successo per Ernesto Murolo, però, fu quella della canzone napoletana. Ben presto scrisse una delle sue più belle poesie, Pusilleco addiruso, che fu edita da Bideri e fu vincitrice a Piedigrotta nel 1904. Strinse amicizia con Libero Bovio insieme al quale, nel 1906, scrisse una canzone intitolata  ’A furastiera; nel 1911 pubblicò Ah! L’ ammore che ffa fa’! e venne scritturato dalla casa editrice Polyphon, il cui direttore era Ferdinando Russo. Con Pusilleco Pusì Murolo si caratterizzava ormai come il ‘cantore di Posillipo’.

Il 1908 fu un anno fondamentale per l’autore. Due anni prima aveva cambiato giornale, passando da «Il pungolo» al «Monsignor Perelli», sul quale  pubblicava, ancora con lo pseudonimo di Ruber, alcune strofette satiriche che furono accolte all’inizio con sorpresa ma che conquistarono poi rapidamente il pieno consenso dei lettori e accrebbero la popolarità del poeta. Perduto il padre, l’artista si trovò a dover affrontare un gruppo di parenti che aspiravano ad una parte cospicua di eredità. In seguito agli scontri con essi vi fu un processo che si concluse, appunto, nel 1908 in favore di Murolo. Il poeta ebbe la possibilità di disporre di una somma enorme di denaro e cambiare il proprio stile di vita.

Lasciato il giornale, potè così dedicare più tempo alle sue canzoni e ai piaceri della bella vita. Nello stesso 1908 conobbe e sposò la figlia di un pittore livornese, la venticinquenne Lia Cavalli, con la quale ebbe sette figli. Di questi il penultimo fu il celebre Roberto che dedicò la carriera alla riscoperta della canzone napoletana.

Nel 1914 il poeta si riaccostò al teatro con l’incarico di Direttore artistico dell’ex compagnia di Gennaro Pantalena. Il nuovo incarico, però, non distolse Murolo dalla sua passione per la canzone. Nacquero, anzi, dei grandi successi: nel 1916 Pusilleco dorme e l’anno successivo Nuttata Napulitana, ’O surdato ’e mala vita  e Popolo po’.

Negli ultimi dieci anni della sua vita Murolo, esaurita l’eredità paterna, si trovò nella condizione di dover lavorare per far fronte alle necessità della famiglia. Iniziò così la collaborazione con Radio Napoli, dove commentava gli avvenimenti artistici e leggeva le sue nuove poesie.

Nell’aprile del 1932 fu l’ideatore di quello che in molti hanno definito il primo festival di Sanremo: in realtà il poeta organizzò e diresse una grande rassegna di canzoni napoletane del Settecento, Ottocento e Novecento, eseguite da cantanti quasi tutti napoletani e con l’orchestra diretta dal maestro Ernesto Tagliaferri. Alla rassegna, che si svolse nel Casinò municipale di Sanremo, fu dato il nome di «Festival partenopeo di canti, tradizioni e costumi».

Successivamente Murolo ritornò a lavorare in teatro. Nel 1935 mise in scena una commedia, Gente Nostra, che aveva scritto con Libero Bovio, e fu autore e regista di sceneggiate di carattere popolare. Nel corso di questo lavoro, però, l’artista si ammalò e fu costretto a ritirarsi nella sua casa del Vomero, dove morì il 30 ottobre 1939.

Carmelo Pittari sostiene che il segreto del successo di Ernesto Murolo sta nel tema del carpe diem. La canzone che ha contribuito più di altre alla formulazione di questo giudizio è stata sicuramente Qui fu Napoli, un successo del 1924. Murolo è stato il grande continuatore della tradizione della poesia napoletana che si basa sulla disciplina e sul raffinamento metrico e verbale. La poesia napoletana è poesia di letterati del dialetto, conoscitori profondi ed esperti sfruttatori di tutte le sue risorse. In Murolo questo compiacimento si estende fino a forme verbali e movenze metriche arcaiche e arcaicizzanti o rusticane e campagnole. La poesia di Murolo è pittorica e visiva, tutta incentrata sull’amore e sui paesaggi napoletani. Tra questi i più citati sono il Vesuvio, Posillipo, i Camaldoli, San Martino e Piedigrotta. Da questa poesia traspare la leggerezza, la gioia di vivere, il sapore delle piccole cose.

 

 

Bibliografia essenziale


Opere

Gente nostra, Napoli, tip. Melfi e Joele, 1912 (con Libero Bovio);

Teatro, I (Addio mia bella Napoli, Signorine, Anema bella), Napoli, Ricciardi, 1919;

Teatro, II (O Giovannino o la morte, Se dice, Pasqua in famiglia), Napoli, Ricciardi, 1921;

Un ora al “San Carlino”. Ricostruzione settecentesca della Commedia Musicale Napoletana. In un prologo e quattro quadri, Napoli, Razzi, 1924;

Poesie, Napoli, Tirrena, 1929;

Il compagno, Napoli, Guida, 1931;

Poesie, Napoli, Bideri, 1942;

Signorine. Scene e tipi della mezza borghesia napoletana in un atto, Napoli, Bideri, 1946;

O Giovannino o la morte. Dramma in tre atti (tratto dalla novella di Matilde Serao), Napoli, Bideri, 1947;    

’O mpuosto. Scene drammatiche in un atto, Napoli, Bideri, 1947;

Calamita. Dramma in tre atti, Napoli, Bideri, 1955;

Niny Bijou. Nanninella Esposito. Episodio in due atti, Napoli, Bideri, 1957; 

Paese che incatena. Episodio in tre atti, Napoli, Bideri, 1957;

Poesie, introduzione a cura di Mario Stefanile, Napoli, Bideri, 1969.

 

Studi

A. Tilgher, La poesia dialettale napoletana. 1880-1930, Roma, Bardi, 1944.

G. Trevisani (a cura di), Teatro napoletano. Dalle origini a Edoardo Scarpetta, I, Roma, Guanda, 1957.

G. Sarno, Un secolo d’oro. Antologia della poesia napoletana dal 1860 al 1960, II, Napoli, Bideri, 1968, part. pp. 95-109.

R. Viviani, Storia del teatro napoletano, Napoli, Guida, 1969.

G. Spagnoletti – C. Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, II, Milano, Garzanti, 1991, part. pp. 839-863.

S. Palomba, La canzone napoletana, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2001.

C. Pittari, La Storia della canzone napoletana. Dalle origini all’epoca d’oro, Milano, Baldini-Castoldi, 2004, part. pp. 245-273.