Nota bio-bibliografica di Giuseppe Patroni Griffi
a cura di Annalisa Castellitti

TORNA a Cammurriata



giuseppe patroni griffi

Considerato come uno degli artisti più poliedrici del panorama italiano del secondo Novecento, Giuseppe Patroni Griffi nasce a Napoli il 27 febbraio del 1921 da un’aristocratica famiglia napoletana. Di solida cultura umanistica, vive svariate esperienze artistiche, maturate in ambito letterario, radiofonico, cinematografico e teatrale. La sua produzione drammaturgica si estende in un arco di tempo molto ampio, che va dal 1956, con la commedia in tre parti dal titolo D’amore si muore, al 1983 quando scrive Cammurriata. Nel frattempo si dedica prevalentemente alla regia dei testi di Pirandello, Viviani, Eliot, Brecht, Cechov, Goldoni, Puccini, Svevo e Shakespeare.[1] Appassionato di teatro da sempre, Patroni Griffi trasforma la propria passione in attività concreta solo quando lascia la sua città natale per trasferirsi nella capitale, dove riesce ad inserirsi nell’ambiente artistico ed intellettuale degli anni Quaranta entrando in contatto con i registi Ettore Giannini e Luchino Visconti. Il punto di partenza della sua carriera teatrale coincide, senza dubbio, con la scelta della Compagnia dei Giovani, cui appartenevano Giorgio De Lullo e Romolo Valli, compagnia che egli considera adatta a rappresentare la sua prima «commedia moderna» intitolata D’amore si muore. Da questo momento in poi, scriverà le sue commedie solo per gli attori della Compagnia, la quale allo stesso tempo si trasfigura in un modello concreto d’ispirazione per la creatività dell’autore, a tal punto che ogni interprete finiva per riconoscersi nella propria parte ancora prima di metterla in scena. Il legame instauratosi tra il maestro e gli attori della sua compagnia è fondato sul rispetto di norme particolari e, soprattutto, su un continuo impegno dell’autore, il quale si dimostra intenzionato a fare «propri la cultura, il modo di vedere e di pensare di ciascuno dei personaggi, in essi calandosi fino ad annullarsi, per farli vivere, per lasciarli vivere come se fossero, pirandellianamente, creature dotate di una esistenza e di una psicologia autonome, capaci perciò di interessare e di coinvolgere continuamente l’attenzione dello spettatore».[2]

Seguono, negli anni successivi, la composizione di Anima nera (1960), diretta sempre da De Lullo, In memoria di una signora amica (1963), portata in scena dalla compagnia di Lilla Frignone e Pupella Maggio per la regia di Francesco Rosi, Metti una sera a cena (1967) interpretata dalla compagnia De Lullo-Falk-Valli-Albani e ripresentata nel 1983 con Aldo Terlizzi, Persone naturali e strafottenti (1974) con Pupella Maggio, Mariano Rigillo e Gabriele Lavia. Dal 1978 al 1981 dirige il Piccolo Eliseo, nel 1979 scrive Prima del silenzio per Romolo Valli e la regia di De Lullo, che sarà ripresa nel 1991, e l’anno dopo riceve il premio "Armando Curcio" per il teatro. Negli anni Ottanta propone al pubblico Gli amanti dei miei amanti sono miei amanti e, nel duplice ruolo di autore e regista, l'opera dal titolo Cammurriata. Canti di malavita composta nel 1983 esplicitamente per Leopoldo Mastelloni. Nello stesso anno riceve il premio "Associazione via Condotti" e, circa dieci anni dopo, il premio "Emmy". Intanto, nel 1989, fonda e dirige la Compagnia di prosa del Teatro Giulio Cesare di Roma, per poi dedicarsi negli anni Novanta ad un progetto sul teatro eduardiano, al quale prendono parte Carlo Giuffrè, Isa Danieli e Leopoldo Mastelloni. L’addio definitivo alle scene coincide con la sua morte, arrivata il 15 dicembre 2005.

L’incontro con il teatro risale all’infanzia dell’autore ed è avvenuto – come egli stesso ha affermato più volte – in maniera del tutto istintiva: «fin da giovane mi sono espresso con il teatro, ho scritto degli atti unici, magari ingenui, ma il teatro era il mio primo slancio di scrittura».[3] L’attività drammaturgica, verso la quale l’autore ha dimostrato da sempre un amore profondo, lo accompagnerà fino alla fine della sua lunga carriera artistica di scrittore, drammaturgo e regista. Giuseppe Patroni Griffi, chiamato Peppino in modo affettuoso dai suoi colleghi, si afferma tra la gente di teatro grazie alla sua personalità estremamente versatile. Così lo definisce Paolo Bosisio nell’Introduzione alla raccolta delle sue opere teatrali: «un autore – dobbiamo aggiungere – straordinariamente lucido nella rappresentazione della società entro cui vive, ch’egli ritrae negli scorci di emarginazione e di diversità dei quali ha profonda e, non di rado, sofferta conoscenza, per rappresentarne gli umori e le condizioni spesso estreme con crudeltà di un analista e la tenerezza di un innamorato. Un autore nato e cresciuto a Napoli, alla cui inconfondibile civiltà egli rimane legato da un vincolo ineliminabile e determinante, ovunque lo conducano la vita e la produzione artistica. Un autore polemico e sorridente, che ama riconoscersi in posizioni di alternativa per piacere dialettico, per gusto di intelligente provocazione. Un autore “contro”: non polemicamente, non presuntuosamente, ma “contro”. Un autore anticonformista, dunque, fedele ai temi che gli sono congeniali e alla cultura raffinata che possiede. Un autore che ama, tuttavia, confrontarsi con questioni di attualità assoluta […]. Un autore, infine, non di rado contestato, pubblicamente attaccato, censurato dalla magistratura per la violenza degli argomenti trattati e per la sublime impudicizia del loro trattamento, eppure accolto sempre, dal pubblico come dai teatranti, con grande interesse».[4]

L’accostamento a Pirandello; la scelta di scrivere i suoi testi su misura di quegli attori talentuosi che li avrebbero interpretati; la predilezione per il tema dell’amore come sentimento universale, estraneo ad ogni tipo di discriminazione; il realismo delle battute che sfugge ad una concezione astratta della scrittura; il rifiuto del monologo e di uno svolgimento della rappresentazione secondo la norma; la presenza costante della musica intesa come “strumento di introspezione”, dal momento che segue lo sviluppo psicologico dei singoli personaggi; l’interesse per un “teatro di parola” e il connubio inscindibile tra parola scritta ed evento scenico. Sono questi in nuce gli elementi distintivi della drammaturgia di Patroni Griffi, incentrata – come ha dichiarato egli stesso –  su un’intesa quasi magica fra autore e attori, che non preclude comunque la compartecipazione emotiva del pubblico: «Io credo in un teatro che è sempre esistito: il teatro dei personaggi più che delle storie. Non credo nel teatro delle parole in libertà, della falsa letteratura come se ne sente tanta; detesto i monologhi perché ormai li scrivono tutti ed è quanto di più antiteatrale possa esistere, è solo lo sfogo di un autore […]. Il personaggio, e, di conseguenza, quell’amore e odio che uno porta per l’attore, è il teatro. Il teatro non è la trama. Non si va a teatro per seguire una trama […] il teatro si basa su colonne, e queste colonne sono i personaggi; quindi il teatro si basa sugli attori».[5] Se da un lato i suoi personaggi, sempre più spesso degli emarginati privi di una connotazione sociale precisa, ma anche poeti e letterati tormentati interiormente, si distinguono da quelli dei suoi predecessori, il suo teatro si colloca sul confine tra tradizione ed innovazione: «Da ciò, discende il rifiuto di una struttura regolare, fatta di atti e scene e fasi di azione ben distinte fra loro dalle entrate e dalle uscite dei personaggi, cui si sostituisce una fluidità attraente e magmatica che consente e, tavolta, esige la contemporanea presenza in scena di tutti i personaggi, lasciando allo spettatore il compito di seguire coloro che in un determinato momento agiscono; talaltra propone una frattura dello spazio che produce lo svolgimento parallelo di azioni distinte; o ancora alterna, in un vortice continuo e rapinoso, l’intrecciarsi del presente e del passato, della vita e della memoria di essa, che vita torna a essere, a sua volta, allorché si presenta a richiedere una nuova rappresentazione mentale».[6]

Tuttavia, l’aspetto che maggiormente contraddistingue la sua poetica teatrale è una sperimentazione espressiva e formale, orientata alla ricerca di una lingua “contaminata”, specchio del mondo rappresentato e voce di un’umanità diversificata in cui il registro alto e quello basso si confrontano continuamente: «La scrittura teatrale ha risposto a diverse esigenze dell’autore: comunicare con immediatezza la propria interiorità, sintetizzare le esperienze artistiche maturate in ambito letterario, radiofonico, cinematografico, teatrale e, infine, sperimentare un linguaggio nuovo, lontano dalle forme accademiche ancora diffuse nel teatro italiano degli anni cinquanta […]. Il linguaggio assume un valore simbolico, evocativo, divenendo appunto il “gioco segreto” di Patroni Griffi con gli interpeti della Compagnia. Anche l’espressione apparentemente più comune nasconde una complicità che, pur restando ignota nei dettagli allo spettatore, è tuttavia percepibile nell’atmosfera dell’intero testo drammatico […]. In questo senso il realismo delle drammaturgie non sta tanto nella minuzia descrittiva usata per rendere ambienti, situazioni e personaggi, quanto nel chiamare gli attori a recitare frammenti della propria interiorità, creando con l’autore un rapporto diretto e al di là della finzione».[7]

Sul rinnovamento linguistico operato da Patroni Griffi, risulta esemplificativo un passo della Prefazione dell’autore alla sua prima opera drammaturgica: «Si sa che gli italiani parlano i dialetti, talvolta persino le lingue straniere – con inflessioni non italiane bensì dialettali – parlano tutto tranne l’italiano. Non c’era che un’unica soluzione: affrontare la sciatteria del linguaggio reale dei miei personaggi, senza vergognarsene, e attraverso una scelta di parole comuni, e servendosi della tipica formulazione fratturata delle frasi del linguaggio parlato, tentare di raggiungere uno stile. Uno stile che superasse l’improbabile italiano del teatro borghese e allo stesso tempo non fosse gergo, capace di restituire al teatro una immediatezza espressiva, e di dare al pubblico italiano la possibilità di riconoscersi tra i personaggi che affollano la scena».[8] Il linguaggio, ovvero i linguaggi attribuiti ai vari personaggi, rispondono dunque alla rappresentazione di una verità condivisa, o condivisibile, da entrambi le parti dell’autorevole macchina teatrale messa in moto da Patroni Griffi: gli attori e gli spettatori.

Condividendo il presupposto secondo cui «l’assolutezza e a perentorietà del titolo di ciascuna delle opere teatrali di Patroni Griffi sembrano proporre, meglio forse di qualsiasi altra guida, l’approccio più giusto e più efficace alla loro fruizione»,[9] si è scelto di fornire in questa sede solo un quadro riassuntivo delle opere dell’autore, invitando il lettore a consultare i volumi indicati in Bibliografia per ulteriori approfondimenti. Infine si rimanda al documentario di Rocco Talucci, In memoria di un signore amico (2009), presentato alla settima edizione del Doc Fest di Roma presso il Cinema Azzurro Scipioni con l’obiettivo di ripercorrere le tappe fondamentali dell’iter artistico di questo autore. Un breve filmato, tratto dallo stesso documentario, è stato anche proiettato in occasione del Convegno intitolato L’opera di Patroni Griffi, svoltosi il 18 marzo 2010 ed organizzato dal Teatro Bellini in collaborazione con il Master di II livello in Letteratura, scrittura e critica teatrale, diretto dal professore Pasquale Sabbatino presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II.

 


Bibliografia essenziale

Teatrografia:

D’amore si muore, con introduzione di A. Moravia e note alla regia di G. De Lullo, Bologna, Cappelli, 1960, p. 218.

Anima nera, prefazione di R. La Capria, note per la regia di G. De Lullo, a cura di T. Kezich, Bologna, Cappelli, 1960.

Teatro: D’amore si muore; Anima nera; In memoria di una signora amica, Milano, Garzanti, 1965.

Persone naturali e strafottenti, Milano, Garzanti, 1974.

Prima del silenzio, Milano, Garzanti, 1981.

Metti una sera a cena, [1967], Milano, Garzanti, 1985.

Gli amanti dei miei amanti sono miei amanti, Milano, Garzanti, 1985.

Cammurriata. Canti di Malavita, Roma, Gremese, 1989.
Tutto il teatro, a cura di P. Bosisio, Milano, Mondadori Editore, 1999.

Studi critici e articoli sul teatro di Patroni Griffi:

A. CIULLO, I personaggi poi la storia, «Paese sera», 10 maggio 1981.

F. DOPLICHER, Giuseppe Patroni Griffi: l’istinto e la parola, «Stilb», II, n. 9/10, 1982.

L. VACCARI, Di bugia si vive, «Il Messaggero», 24 marzo 1982.

C. GALIMBERTI, Camorra in versi con Mastelloni, «Corriere della sera», 9 luglio 1983.

C. VALERIO, Nei bassi di Eduardo come in Bosnia, «Corriere della Sera», 15 maggio 1993.

F. POGGIALI, Sulle orme della “Compagnia dei giovani”, Roma, Carte Segrete, 1996.

Giuseppe Patroni Griffi e il suo teatro. Settimana del Teatro 5-9 maggio 1997, a cura di A. Bentivoglio, Roma, Bulzoni Editore (Quaderni di Gargnano. I protagonisti del teatro contemporaneo, n. 7. Collana diretta da P. Bosisio), 1998.

R. CAPRIA, Patroni Griffi sconfitto solo dai dossettani, «Corriere del Mezzogiorno», 22 settembre 2005.

È morto Patroni Griffi, autore e regista teatrale, «Repubblica», 15 dicembre 2005.

P. CERVONE, In memoria di un artista naturale e strafottente, «Corriere della Sera», 20 marzo 2011.

 

 


 

[1] P. BOSISIO, Introduzione, a G. PATRONI GRIFFI, Tutto il teatro, Milano, Mondadori Editore, 1999, pp. IX-XI.

[2] Per una panoramica dettagliata sulla produzione artistica dell’autore cfr. l’Appendice, in Giuseppe Patroni Griffi e il suo teatro, Settimana del Teatro 5-9 maggio 1997, a cura di A. Bentivoglio, Roma, Bulzoni Editore (Quaderni di Gargnano. I protagonisti del teatro contemporaneo, n. 7. Collana diretta da P. Bosisio), 1998, pp. 461-508.

[3] F. DOPLICHER, Giuseppe Patroni Griffi: l’istinto e la parola, «Stilb», II, n. 9/10, 1982, p. 11.

[4] P. BOSISIO, Introduzione, cit., pp. IX-XI.

[5] Giuseppe Patroni Griffi e il suo teatro, cit., pp. 337-338.

[6] P. BOSISIO, Introduzione, cit., p.  XVIII.

[7] M. SERINA, La ricerca sul linguaggio nella drammaturgia di Giuseppe Patroni Griffi, in Giuseppe Patroni Griffi e il suo teatro, cit., pp. 275 e 277.

[8] G. PATRONI GRIFFI, D’amore si muore, con introduzione di A. Moravia e note alla regia di G. De Lullo, Bologna, Cappelli, 1960, p. 14.

[9] P. BOSISIO, Introduzione, cit., pp. XXV.