Lo scugnizzo PDF Stampa E-mail
di Nicola De Blasi   



Conferme gergali per scugnizzo [1]

 

Recenti contributi su scugnizzo hanno messo in luce elementi nuovi[2]. In primo luogo è stato accertato che i primi episodi della sua diffusione, allargatasi all'italiano nei primi decenni del Novecento, sono datati tra il 1895, anno di un articolo di Ferdinando Russo, e l'inizio del 1897, quando escono i sonetti dello stesso autore intitolati 'E scugnizze. In secondo luogo lo stesso Ferdinando Russo chiarisce che la parola ha una sua prima circolazione gergale nell'ambiente della malavita:

 

«In gergo, questi ragazzi, che si avviano spensieratamente per la strada delle carceri e del domicilio coatto, vengono denominati scugnizzi»[3].

 

Queste due acquisizioni implicano conseguenze che sembrano mettere in crisi alcune convinzioni diffuse. Innanzi tutto, se la parola è in uso dalla fine dell'Ottocento, è sicuramente da escludere un'etimologia che risalga direttamente al verbo latino excuneare. La circolazione gergale, dal canto suo, spiega a sufficienza la mancata attestazione della parola nei vocabolari napoletani ottocenteschi: in questi repertori la parola non c'è per il semplice motivo che essa non è presente nel lessico tradizionale napoletano. A questo proposito giova ripetere che proprio Ferdinando Russo, giornalista e poeta nato a Napoli, di madrelingua napoletana, rivela, in un manualetto scolastico degli anni Venti del Novecento, di aver ascoltato questa parola per la prima volta dalla viva voce di "quei monelli"[4].

Nella competenza lessicale materna e nativa di un cittadino napoletano e napoletafono, nato poco dopo la metà dell'Ottocento, scugnizzo era dunque assente. La parola, che Russo non aveva mai sentito prima, trovò in lui un attento rilevatore e nei suoi scritti una prima decisiva cassa di risonanza, tanto che non è improprio affermare - come il poeta fa con malcelato orgoglio - che a lui si debba la fortuna toccata a questa parola[5].

Lo stesso Russo nel suo articolo del 1895 (La piccola camorra) allude all’ambiente in cui ha circolazione la parola e precisa il suo valore semantico: essa non designa l'innocente frugoletto un po' vispo, ma proprio un giovane delinquente abituato a vivere in strada. Sembra perciò lecito fermare qui una prima certezza: scugnizzo non è parola del dialetto napoletano, nota da sempre a tutti i parlanti, ma è una novità che ha iniziato la sua diffusione dall'ambiente gergale. Le conferme, questa volta dirette ed esplicite, della gergalità di scugnizzo confermano anche il suo iniziale significato, quello, appunto di 'piccolo delinquente' (e significati affini).

In una delle appendici dell'opera L'uomo delinquente di Cesare Lombroso, dedicata al gergo dei camorristi, tra le parole che designano le persone si legge questa serie di parole[6]:

 

palatin (paladin) di Francia, vagabondo

scugniz, giovinetto ladro

maestro, ladro adulto.

 

Poco più avanti, un'intera sezione del saggio di lessico gergale, intitolata Furto ed espressioni ladresche, raccoglie le seguenti espressioni:

 

fare 'nu sternuto, rubare orologio e catena

fare 'nu spezzimma rubare l'orologio rompendo il piuolo

acquà!! che il gallo m'ha iangheato compagni, attenti a fuggire, che il derubato se n'è accorto

fare un valtz, rubare

andar a teatro, andar a scassinare

scogniz rance, val come dire al compagno: minchione, e quando lo prendi il tale oggetto? ci vuol tanto?

andare per i morti, andar a derubare chi dorme per le strade; in genere sono gli ubbriachi

tu t'hai cresciuta 'na bella barba! Tu hai fatto lo sbirro!

Ti crescerai li baffi? mi farai la spia?

il gallo è merlo, il campagnuolo è cieco

stupitiare, raggirare uno, indurlo con belle maniere al proprio intento

il ciucciu con la capezza, orologio e catena uniti.

 

La frase scogniz rance (da intendere come 'scugnizzo, dagli') presenta la forma scogniz (questa volta con -o- protonica invece che con -u-) in un contesto situazionale preciso: l'allocuzione accompagnata dall'imperativo fa riconoscere nello scogniz invocato un borseggiatore in azione, esortato ad agire con sveltezza, tanto che colui che riunisce il lessico gergale, intravedendo nell'esortazione un aspro rimprovero, traduce l'appellativo con 'minchione'. Da notare che in un caso e nell'altro, sia come forma isolata, sia inserita in una frase, la parola si presenta con terminazione consonantica, in una trascrizione che indirettamente dà conto di una finale evanescente.

L'appendice sul gergo camorrista pubblicata ne L'uomo delinquente (pp. 506-519) è intitolata Riti e gergo dei camorristi nel 1888 pel dott. De Paoli; la seconda parte dello scritto, specificamente intitolata Gergo, occupa le pp. 513-519. Da una nota si apprende che in questa sezione è raccolto il lessico gergale inventariato dal medesimo De Paoli[7] nella rivista «Archivio di Psichiatria»[8]. Grazie al saggio di Giovanni De Paoli è pertanto possibile datare al 1888 la prima individuazione nel gergo della malavita della parola scugniz (/scogniz) presente in questa forma nelle due pubblicazioni (rivista e volume) datata 1889.

Di queste certificazioni di scugniz come parola del gergo della malavita a lungo si è persa memoria, visto che poi scugnizzo (o scugniz) non è più entrato in seguito nei repertori di lessico gergale. A questo proposito, d'altra parte, avrà avuto un certo peso proprio la rapida ed estesa diffusione della parola che in pochi anni è approdata all'italiano, per di più nel significato attenuato di 'monelluccio' (non più di 'ladruncolo' o 'piccolo delinquente'): tale circostanza, rendendo la parola più familiare e di uso corrente, le avrà fatto perdere quei tratti insoliti e un po' misteriosi che in genere contrassegnano ogni espressione riferita come gergale. Pur non perdendo la sua capacità di attrazione e, per così dire, il suo fascino, scugnizzo non era più una parola ignota, ma veniva in qualche modo ricondotta a una evocazione pittoresca: da elemento insolito, percepito come nuovo, diventava insomma una sorta di stereotipo, nel quale tra l'altro si cristallizzava anche un'ipotesi etimologica del tutto insoddisfacente e non più sostenibile, quella dello scugnizzo così chiamato perché sfaldava con la propria le trottole altrui (è questa l’etimologia a cui accenna inizialmente lo stesso Russo)..

Le conferme gergali provenienti dall'ambito lombrosiano sollecitano ora una ripresa delle indagini etimologiche su questa parola, che andrà nuovamente valutata tenendo conto, tra l’altro, di un avvertimento di Ottavio Lurati a proposito dell’etimologia dei gergalismi[9]:

 

«Affrontare i nuclei espressivi cui diversi parlanti indulgevano richiede - è evidente - apertura culturale ed interdisciplinare. L'approccio strettamente fonetico aiuta poco in casi come questi. In questi settori abbarbicarsi solo alle leggi fonetiche giova poco. L'affidarsi solo a meri conguagli di ordine fonetico si rivela spesso una fata morgana».

 



[1]
Questa nota rappresenta una sintesi dello scritto Conferme gergali perscugnizzo’ incluso nel volume De vulgari eloquentia, Studi in memoria di Gianrenzo Clivio, a cura di Rachele Longo Lavorato, Toronto, in stampa.

[2] N. De Blasi, Testimonianze perr la storia di «scugnizzo», probabile neologismo di fine Ottocento, in «Lingua e stile», XLI, 2, dicembre 2006 , pp. 229-254; N. De Blasi, Schede sulla diffusione del neologismo «scugnizzo» (con testi di Ferdinando Russo, Filippo Tommaso Marinetti, Francesco Cangiullo), «Forum Italicum», 2006, 2, Fall, pp. 394-427. Una nuova attenzione sulla storia della parola è stata sollecitata da un denso e argomentato saggio di Michele Loporcaro, L’etimologia di  scugnizzo: un problema di motivazione semantica, «Lingua nostra», LXIII, settembre-dicembre 2002, pp. 65-71, e da un intervento di Alfonso Leone, L’etimo di scugnizzo, «Studi linguistici italiani», XXIX, 2003, pp. 133-135. L'ipotesi semantica di Loporcaro è che lo scugnizzo sia così definito in quanto collocabile nella fascia di età in cui i bambini perdono i denti di latte (scugnato 'senza denti' è presente in napoletano; più problematica è la trafila che portarebbe da scugnà a scugnizzo). Per Leone, invece, l'etimo sarebbe da individuare in cugno, che tra l'altro designerebbe «quel pezzettino di legno o altro materiale che si adopera a volte per otturare fessure o per dare stabilità a mobili traballanti» (A. Leone, art. cit., p. 134). A una diretta derivazione da excuneare (nel senso specificio di 'inserirsi al teatro nel posto occupato da un altro') pensa Carmelo Rapisarda, Il latino volgare ‘excuneare’ e l’etimologia di scugnizzo’, «Giornale Italiano di Filologia», 15 (n.s.), 1984, 1, pp. 95-104.

[3] Ferdinando Russo, Usi e costumi napoletani. La piccola camorra, «La Riforma», 13 luglio 1895.

[4] Cfr. la nota introduttiva alla poesia Nu scugnizzo (con incipit Mmiezo Palazzo, a ’e quatto e meza ’e notte) in F. Russo. Esercizi di traduzione dal dialetto napoletano. Parte III Per la classe V elementare, Lanciano, Carabba, 1929, [prefazione datata 1926], p. 22 nota.

[5] La prima diffusione al di fuori dell'ambiente gergale si deve effettivamente a Ferdinando Russo, prima che la parola fosse ripresa da Raffaele Viviani e dal futurista Francesco Cangiullo (collaboratore della rivista «Vela latina» fondata e diretta da Russo), il quale la "lanciò" nell'ambiente dei futuristi (N. De Blasi, Schede sulla diffusione del neologismo «scugnizzo» cit.).

[6] Cesare Lombroso, L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alle discipline carcerarie, Volume II, Delinquente epilettico, d'impeto, pazzo e criminaloide con 16 Tavole e 10 figure nel testo ed appendici di Benenati, De Albertis, De Paoli, Gradenigo, Hotzen Lambl, Marro, Ottolenghi, Salsotto, Tamburini, Torino, Bocca, 1889, p. 513. Sul gergo ottocentesco della camorra si veda il libro di Francesco Montuori, Lessico e camorra. Storia della parola, proposte etimologiche e termini del gergo ottocentesco, Napoli, Fridericiana, 2008.

[7] Il medico genovese Giovanni De Paoli collaborava con una certa regolarità alla rivista «Studi di psichiatria» di Cesare Lombroso

[8] [Giovanni] De Paoli, Gergo dei camorristi, in «Archivio di Psichiatria» X, 1889, pp. 271-276.

[9] Ottavio Lurati, Per un approccio pragmatico e semantico alle «voci eccentriche». Il caso monello e altri qualificativi per 'ragazzo', in Giovanni Ruffino (a cura di), Atti del XXVI congresso di Linguistica e Filologia romanza, Tübingen, Niemeyer, 1998, vol. III pp. 445-458, p. 456.