Il gergo: parole in scena
di Patricia Bianchi   



Per comprendere meglio la qualità rappresentativa dei testi teatrali centrati su storie di camorra e anche il loro valore di documenti linguistici e antropologici, è utile fare alcune osservazioni sul gergo, chiedendoci in primo luogo che cosa intendiamo come gergo.

Possiamo dare una prima definizione di gergo come quella di un parlare speciale (più raramente attestato nella scrittura) adoperato per la comunicazione interna da gruppi sociali molto chiusi, vincolati da un forte senso di appartenenza e poco inclini a relazionarsi con altre comunità.  Infatti il gergo non è quasi mai usato dai gerganti in presenza di persone estranee al gruppo, ma è usato per la normale comunicazione tra gerganti e non risulta adoperato limitatamente alla comunicazione illecita o professionale.

Tali gruppi sociali possono essere  spesso descritti come “marginali”: distinguiamo tra i gruppi di gerganti quelli di persone legate da un comune mestiere, operanti prevalentemente in aree rurali, quasi sempre ambulanti (come i calderai, gli arrotini, gli ombrellai ), interessati  anche a conservare i segreti dell’arte, e un secondo settore composto dai gruppi dei vagabondi, dei malviventi e delinquenti, che si ritrovano soprattutto in aree urbane. La  differenza sociologica  è evidente, e ha ricadute anche sull’uso interno dei gerghi.

Anche nel senso comune, l’accezione più comune di gergo è quella di un linguaggio di scarsa o nulla comprensibilità per chi sia estraneo al gruppo sociale dei gerganti, per cui è stato descritto come un parlare criptolalico, cioè segreto, oscuro. Impropriamente definiamo come gergo i linguaggi giovanili o i linguaggi militari di caserma, dove sono pure presenti elementi gergali di diversa provenienza, si sovrappone il termine gergo a quello più proprio di linguaggio settoriale per variazioni dell’italiano con una terminologia specifica, ad esempio la medicina, la moda, la burocrazia.

Oggi consideriamo il gergo come una lingua di gruppo sotto l’aspetto sociale, e come formazione parassitaria sotto l’aspetto più propriamente linguistico. Infatti il gergo non è una  lingua del tutto autonoma, con un codice autosufficiente, ma prende in prestito il sistema fonetico e grammaticale da una lingua o da un dialetto ospite, cioè dalla lingua e dal dialetto della comunità con cui i gerganti interagiscono,

con prestiti anche da altre lingue e dialetti.

Rispetto alla lingua ospite il gergo mette in atto dei meccanismi linguistici con fini di mascheramento , e si formano così gergalismi con modificazioni che riguardano la forma ( accorciamenti, suffissi, metatesi) e il significato (parole dell’uso comune con significato gergale) o con combinazioni particolari di parole d’uso comune.  Le prime notizie sui gerghi risalgono al XII secolo, collegate alle migrazioni di contadini che, in fuga dalle terre, si unirono a gruppi girovaghi di mercanti e artigiani.  I gruppi gerganti hanno dunque un precedente storico e linguistico nel vagabondaggio medievale. Successivamente la crisi economica del XV secolo, particolarmente grave nell’arco alpino, rese necessaria una migrazione stagionale di agricoltori e pastori che si fecero spazzacamini, calderai, calzolai, seggiolai e incrementarono l’uso dei gerghi per la loro comunicazione interna.   Nel Seicento il gergo  fu chiamato col termine furbesco, che indica come questo linguaggio fosse associato a gruppi di individui astuti e malintenzionati. E furbesco è riferito  ai gerghi antichi (di gruppi connessi al diffuso vagabondaggio medievale), ma si adopera ancora oggi per distinguere i gerghi dei malviventi da quelli utilizzati a partire dal XVII-XVIII secolo da altre categorie di gerganti dei vari mestieri per lo più di ambulanti.

Il lessico rappresenta l’ ambito linguistico più specifico dei gerghi, dove si formano parole nuove e si costituisce un vocabolario criptato. In situazioni di illegalità è più forte la funzione di lingua segreta, che produce anche fenomeni di obsolescenza e sostituzione dei gergalismi decodificati dalla comunità dei parlanti, e quindi inutili se non pericolosi per  gerganti.

Possiamo oggi descrivere i meccanismi di base dei vari gerghi, sia pure   nelle loro differenze diacroniche e diatopiche ,  basati sostanzialmente su formazioni lessicali per derivazione (o finta derivazione), inversioni di sillabe o metatesi, troncamenti, cambio di significato ma anche su fenomeni come le metafore, le sineddoche e le metonimie.

Restano, ovviamente, difficoltà di spiegazioni legate alla trafila dei mutamenti e alla complessità della ricostruzione etimologica, poiché nei gerghi l’intervento dei parlanti e la motivazione della segretezza inducono processi di trasformazione delle parole e dei significati non lineari e soprattutto non equiparabili a quelli delle lingue comuni.

Una specifica difficoltà nello studio dei gerghi è quella relativa alla semantica, dovuta alla segretezza e alla ristretta diffusione del gergo stesso entro un gruppo sociale, ma anche ai mutamenti a cui è soggetto il lessico in particolare dei gruppi che agiscono nell’illegalità e necessitano di un codice segreto. Proprio per la sua stretta correlazione con la vita di un gruppo, nella selezione e formazione lessico del gergo intervengono fattori extralinguistici  legati ad esempio all’ambito esperienziale o a fattori socio-culturali.

Le documentazioni sul gergo sono, in generale, piuttosto circoscritte e occasionali, anche perché il gergante, che non usa il gergo con estranei al gruppo, non scrive in gergo. Le documentazioni di cui disponiamo, e che su cui si fondano repertori dei gerghi, derivano per lo più da inchieste di tipo linguistico e antropologico, da documenti giudiziari, da testimonianze riportate da testi storici e letterari e da studi lessicografici e etimologici.

In questo senso il gergo della camorra  rappresenta un campo d’indagine interessante, in quanto disponiamo sia di ampi repertori lessicali otto-novecenteschi sia di larghe testimonianze riportate da testi letterari e teatrali: se il gergo camorristico è in larga parte noto, non è stato ancora realizzato un raccordo tra i vari tipi di testi e documenti disponibili, che permetterà  una più fine disamina in diacronia del gergo della camorra.

L’osservazione della gergalità non deve però essere disgiunta dal contesto linguistico:

in particolare a Napoli i parlanti del gergo sono in larga parte anche dialettofoni, considerando il diffuso uso del dialetto nella Napoli ottocentesca e del primo Novecento.  Nello spazio linguistico di Napoli tra l’altro agivano diverse correnti gergali, tra cui ricordiamo quella della parlesìa, cioè il gergo dei  musicisti ambulanti o posteggiatori, per altro comune all’ambiente teatrale.  La stretta correlazione e la dipendenza dal dialetto contribuisce a dare ai gerghi, e in particolare a quello della camorra, una condivisione di numerose voci.   Ma non va sottovalutato il fatto che forme gergali fossero conosciute anche in ambienti artistici e letterari, per un interesse di tipo espressivo o culturale.

Questo ci spiega perché forme gergali siano state adoperate a Napoli in opere teatrali, già con antecedenti nel Settecento, per delineare il parlato di personaggi malavitosi e l’uso stesso del gergo in opere destinate a un ampio pubblico  ne accerta l’avvenuta comprensibilità. Questi processi di ricezione e diffusione hanno contribuito all’innestarsi dei gergalismi della camorra nel linguaggio comune.